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Tommaso Sorchiotti è Creative Digital Strategist o, se volete, Social Media Activist, che di per se non significa niente ma funziona sempre in riunione con i clienti.
Il ragazzo è sveglio, si applica e studia - come dicevano i suoi insegnanti a scuola - e si occupa di Digital, Branding e Social Media.
Profeta del Microblogging, del Personal Branding e del Geolocal in Italia e a detta di molti *primo tumblero italiano*, cerca di diffondere la Cultura della Rete come docente, autore, relatore, consulente.
Tommaso ha l'ambizione di arrivare prima degli altri sui Nuovi Trend di Internet e spesso, non si sa come, ci riesce.
E' connesso ad Internet per soli tre quarti della sua giornata. Cosa faccia nel resto del tempo non si sa.
Adora la cucina etnica, i cani, far sorridere le persone e sorridere quando è solo, la tecnologia hackerabile, le passeggiate nel bosco e le ciaspolate di notte, le serie tv americane, gli sport estremi che poi tanto estremi non sono, lo snowboard, il surf, il kitesurf e le tavole del genere, le sfide, le persone presuntuose e ambiziose.
Non sopporta i gattini ed Hello Kitty in particolare, le attese e le file (non più: ho trovato il trucco!), i suoni gutturali, il disordine, i superficiali e gli ipocriti, quelli che gli dicono come fare le cose, le bionde svampite e chi scrive male il suo nome.

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Sonia Sotomayor, prima ispanica a diventare giudice della Corte Suprema, è andata nel più famoso programma americano della tv dei ragazzi per dire alle bambine: «Sognare di essere principesse è divertente, ma non è una carriera. Per quella vi serviranno studio e fatica». Eppure è sano che una bambina sogni di essere una principessa. Di solito continua a sognarlo anche da adulta, altrimenti non si spiegherebbe il successo di «Pretty woman» e «Cinquanta sfumature di grigio». Il problema nasce quando il naturale desiderio di una vita felice si trasforma nel suo gemello materialista, che fa coincidere la felicità con la ricchezza ottenuta senza fatica. Viene in mente la ragazza che alla festa dei diciott’anni mostrava alle amiche la borsa di lusso regalatale da papà e diceva: ora devo trovare un uomo che mi regali la prossima.

Massimo Gramellini - C’era una volta

La dura vita dei sogni ai tempi di oggi

Mettono tenerezza i cittadini che chiedono la rottamazione dell’euro e il ritorno alla vecchia moneta. Non rimpiangono la lira, ma il tempo della lira. Quando le famiglie risparmiavano ancora, l’economia cresceva poco ma cresceva, e la svalutazione gonfiava gli affari. Fare un mutuo costava il doppio di adesso e l’inflazione viaggiava a due cifre, però i cinesi stavano dietro la Muraglia, gli slavi ansimavano dietro il Muro e i brasiliani e gli indiani esportavano solo miseria. Il mondo era un posto relativamente piccolo e ordinato che coincideva con l’Occidente. Ma se oggi tornasse la lira, di quel tempo tornerebbe soltanto lei. Insieme con l’inflazione a due cifre. I cinesi non andrebbero certo indietro, e nemmeno i brasiliani.

Sarebbe una consolazione se con i funerali di Francesco Pinna, lo studente lavoratore caduto a Trieste nel crollo di un palco, ieri avessimo sepolto anche lo sciacallaggio, che è il vero differenziale, il vero «spread» fra l’Italia e il resto del mondo, la ragione profonda per cui il mondo non si fida di noi.

Sto parlando di quell’impasto di invidia, spirito di clan e voluttà nel denigrare il prossimo che ciascuno sperimenta in ufficio, in famiglia, sui social network.

Francesco aveva tutto per offrire un massaggio ricostituente a questo Paese intorpidito dal rancore. Era un ventenne lontano dagli stereotipi del figlio di papà. Uno che studiava ingegneria e intanto si guadagnava i primi soldi montando i palchi dei concerti per una cooperativa che gli dava 13 euro e mezzo lordi l’ora, la paga di un giovane laureato (come mi hanno confermato tanti di loro). Se fosse caduto sotto l’impalcatura di una sagra paesana, la sua morte non avrebbe sfondato la trincea dell’abulia contro cui rimbalza ogni giorno il plotoncino delle notizie. Ma il palco era quello di Jovanotti, cioè di un famoso, e di un famoso che sorride (quindi doppiamente detestabile).

Così gli sciacalli sono entrati in azione. Sul web e in tv hanno detto che Francesco era uno schiavo del rock. Veramente gli schiavi sono altri. I precari illusi e sfruttati. I lamentosi, arrabbiati fuori ma arresi dentro, che si limitano a far tintinnare le loro catene. Francesco non era uno schiavo. Era un signore. Il signore della propria vita, che stava portando dove voleva. Poi la vita gli si è chiusa addosso.
Mi auguro che lo conduca in un altrove senza sciacalli né schiavi.

Siamo invecchiati insieme, nel senso che mentre io perdevo i capelli lui li ritrovava. In venticinque anni ho cambiato opinione su quasi tutto, ma non su B: continua a farmi ridere e a farmi paura. Ultimamente più paura che ridere. Non ha mai cercato di convertirmi. Pare mi consideri fra gli irrecuperabili da quella volta che, saputo dei miei trascorsi liberali, mi fece chiedere da un suo amico: «Ma se non è comunista, perché non sta con me?» B è un semplificatore: o sei Stalin o Emilio Fede. Il mondo del Duemila è troppo complesso per sottostare ai suoi schemi. Anche per questo la sua stella è al tramonto. Senza di lui non mi annoierò, ma certo dovrò faticare di più. Mi toccherà tenere d’occhio un sacco di persone: un politico, un impresario, un presidente di calcio, un venditore di sogni, un comico, un playboy. Mentre prima, per averle tutte, me ne bastava una.

Entrai nella fase dell’apostolato attivo: volevo convincere il mio prossimo che B non era un liberale ma un monopolista, e che non gli importava niente dell’Italia ma solo dei fatti suoi. Mi arresi durante un trasloco, quando un operaio mi abbordò preoccupato:
«Dottò, lei che mastica di politica, ma è vero che B pensa di vendere le sue televisioni?».
«Ne dubito, ma lo spero. Diventeremmo un Paese normale, non crede?».
«Io, se vende le tv, non lo voto più».
«Come dice, scusi?» ululai.
«Non lo voto più. Finché ha le tv è ricco e non ruba».
«Ma così farà sempre e solo gli affari suoi!».
«Ma facendo i suoi, sarà costretto a fare un po’ anche i miei. Se invece vende le tv, diventa un politico come tutti gli altri».

Mi arresi. La sinistra doveva smettere di sostenere che l’italiano medio era vittima di Berlusconi. L’italiano medio era solo un Berlusconi più povero.