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Sarebbe una consolazione se con i funerali di Francesco Pinna, lo studente lavoratore caduto a Trieste nel crollo di un palco, ieri avessimo sepolto anche lo sciacallaggio, che è il vero differenziale, il vero «spread» fra l’Italia e il resto del mondo, la ragione profonda per cui il mondo non si fida di noi.
Sto parlando di quell’impasto di invidia, spirito di clan e voluttà nel denigrare il prossimo che ciascuno sperimenta in ufficio, in famiglia, sui social network.
Francesco aveva tutto per offrire un massaggio ricostituente a questo Paese intorpidito dal rancore. Era un ventenne lontano dagli stereotipi del figlio di papà. Uno che studiava ingegneria e intanto si guadagnava i primi soldi montando i palchi dei concerti per una cooperativa che gli dava 13 euro e mezzo lordi l’ora, la paga di un giovane laureato (come mi hanno confermato tanti di loro). Se fosse caduto sotto l’impalcatura di una sagra paesana, la sua morte non avrebbe sfondato la trincea dell’abulia contro cui rimbalza ogni giorno il plotoncino delle notizie. Ma il palco era quello di Jovanotti, cioè di un famoso, e di un famoso che sorride (quindi doppiamente detestabile).
Così gli sciacalli sono entrati in azione. Sul web e in tv hanno detto che Francesco era uno schiavo del rock. Veramente gli schiavi sono altri. I precari illusi e sfruttati. I lamentosi, arrabbiati fuori ma arresi dentro, che si limitano a far tintinnare le loro catene. Francesco non era uno schiavo. Era un signore. Il signore della propria vita, che stava portando dove voleva. Poi la vita gli si è chiusa addosso.
Mi auguro che lo conduca in un altrove senza sciacalli né schiavi.
Entrai nella fase dell’apostolato attivo: volevo convincere il mio prossimo che B non era un liberale ma un monopolista, e che non gli importava niente dell’Italia ma solo dei fatti suoi. Mi arresi durante un trasloco, quando un operaio mi abbordò preoccupato:
«Dottò, lei che mastica di politica, ma è vero che B pensa di vendere le sue televisioni?».
«Ne dubito, ma lo spero. Diventeremmo un Paese normale, non crede?».
«Io, se vende le tv, non lo voto più».
«Come dice, scusi?» ululai.
«Non lo voto più. Finché ha le tv è ricco e non ruba».
«Ma così farà sempre e solo gli affari suoi!».
«Ma facendo i suoi, sarà costretto a fare un po’ anche i miei. Se invece vende le tv, diventa un politico come tutti gli altri».
Mi arresi. La sinistra doveva smettere di sostenere che l’italiano medio era vittima di Berlusconi. L’italiano medio era solo un Berlusconi più povero.