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Tommaso Sorchiotti è Creative Digital Strategist o, se volete, Social Media Activist, che di per se non significa niente ma funziona sempre in riunione con i clienti.
Il ragazzo è sveglio, si applica e studia - come dicevano i suoi insegnanti a scuola - e si occupa di Digital, Branding e Social Media.
Profeta del Microblogging, del Personal Branding e del Geolocal in Italia e a detta di molti *primo tumblero italiano*, cerca di diffondere la Cultura della Rete come docente, autore, relatore, consulente.
Tommaso ha l'ambizione di arrivare prima degli altri sui Nuovi Trend di Internet e spesso, non si sa come, ci riesce.
E' connesso ad Internet per soli tre quarti della sua giornata. Cosa faccia nel resto del tempo non si sa.
Adora la cucina etnica, i cani, far sorridere le persone e sorridere quando è solo, la tecnologia hackerabile, le passeggiate nel bosco e le ciaspolate di notte, le serie tv americane, gli sport estremi che poi tanto estremi non sono, lo snowboard, il surf, il kitesurf e le tavole del genere, le sfide, le persone presuntuose e ambiziose.
Non sopporta i gattini ed Hello Kitty in particolare, le attese e le file (non più: ho trovato il trucco!), i suoni gutturali, il disordine, i superficiali e gli ipocriti, quelli che gli dicono come fare le cose, le bionde svampite e chi scrive male il suo nome.

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#Selfie - #BigData - #SocialFunnel - #SocialMediaPolicy - #LeadGeneration - #ExecutiveBranding - #Mobile - #App
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Sarebbe una consolazione se con i funerali di Francesco Pinna, lo studente lavoratore caduto a Trieste nel crollo di un palco, ieri avessimo sepolto anche lo sciacallaggio, che è il vero differenziale, il vero «spread» fra l’Italia e il resto del mondo, la ragione profonda per cui il mondo non si fida di noi.

Sto parlando di quell’impasto di invidia, spirito di clan e voluttà nel denigrare il prossimo che ciascuno sperimenta in ufficio, in famiglia, sui social network.

Francesco aveva tutto per offrire un massaggio ricostituente a questo Paese intorpidito dal rancore. Era un ventenne lontano dagli stereotipi del figlio di papà. Uno che studiava ingegneria e intanto si guadagnava i primi soldi montando i palchi dei concerti per una cooperativa che gli dava 13 euro e mezzo lordi l’ora, la paga di un giovane laureato (come mi hanno confermato tanti di loro). Se fosse caduto sotto l’impalcatura di una sagra paesana, la sua morte non avrebbe sfondato la trincea dell’abulia contro cui rimbalza ogni giorno il plotoncino delle notizie. Ma il palco era quello di Jovanotti, cioè di un famoso, e di un famoso che sorride (quindi doppiamente detestabile).

Così gli sciacalli sono entrati in azione. Sul web e in tv hanno detto che Francesco era uno schiavo del rock. Veramente gli schiavi sono altri. I precari illusi e sfruttati. I lamentosi, arrabbiati fuori ma arresi dentro, che si limitano a far tintinnare le loro catene. Francesco non era uno schiavo. Era un signore. Il signore della propria vita, che stava portando dove voleva. Poi la vita gli si è chiusa addosso.
Mi auguro che lo conduca in un altrove senza sciacalli né schiavi.

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